mercoledì 11 giugno 2008

Mondi possibili

Esistono altri mondi dove gli eventi si dipanano in modo differente da come si svolgono qui, in questa nostra dimensione?

E' la teoria elaborata da Hugh Everett III (1930-1982) [1], lo scienziato che ipotizza l'esistenza dei molti mondi. Per Everett, l'idea del collasso della funzione d'onda, ossia del congelamento della realtà in uno ed uno solo particolare stato, discende dall'incapacità degli esseri viventi di interagire con la totalità della realtà quantistica, essendo gli uomini confinati lungo una sola diramazione della nostra realtà che continuamente si scinde in modo schizofrenico. Questo scenario ha conseguenze quasi inimmaginabili, come i paradossi di molti racconti di Borges, in cui ogni cosa che può logicamente succedere succede o dove gli avvenimenti si biforcano in nuove diramazioni da cui si generano altri bivii... "Ciascuno di noi continuerà ad esistere, finché vi saranno lo spazio ed il tempo, perché, anche se moriamo in questo mondo, ne esiste un altro nel quale ciò non accade, ad infinitum." (John D. Barrow, Il mondo dentro il mondo, Oxford, 1988).

Le idee di Everett rivelano in primo luogo il singolare sincronismo che spesso mette in comunicazione la letteratura e la scienza: più o meno negli stessi anni artisti e fisici disegnano prospettive cosmologiche ed ontologiche che tendono a convergere verso una nuova concezione del reale. Anzi, come sovente accade, Jose Luis Borges, letterato ingegnoso e profondo, sebbene talora cerebrale, creatore di geometrie narrative non euclidee, precorre i tempi, immaginando situazioni compossibili. Sono scenari del tutto controintuivi e lontani dal senso comune, ma che aprono una breccia nel muro solido eppure evanescente della nostra realtà. E' singolare che l'idea di immortalità, espulsa dalla scienza materialista e considerata alla stregua di una mera superstizione dalla maggior parte degli accademici, si riaffacci nel nostro orizzonte culturale dominato dall'incredulità e dall'agnosticismo, attraverso le elucubrazioni, comunque non gratuite, di un fisico.

Tra l'altro, visto che alcuni
paradigmi, meglio paradogmi si stanno sgretolando, la teoria dei molti mondi sembra adatta ad incarnare lo Zeitgeist dei decenni futuri, quando finalmente il pensiero, liberatosi di inutili involucri scientisti, potrà armonizzare alcune tra le congetture più avanzate della meccanica quantistica con le concezioni di correnti filosofiche non cartesiane. Si profilerà forse un modello interpretativo che, oltre grazie al suo intrinseco fascino, potrà dare linfa a quei sogni che accompagnano un'umanità prigioniera in una segreta spazio-temporale, un'umanità che viaggia in un treno deteministico diretto in modo ineluttabile verso la sua meta entropica, verso la morte termica, il nulla.

Chi può escludere che un giorno forse non lontano riusciremo a trovare un varco ed ad inoltrarci in uno dei tanti giardini dell'universo dove è il tempo è reversibile, dove gli eventi possono essere cambiati ed in cui le "leggi" di natura acquisiscono un'altra natura?

La nostra condizione limitata e costretta da catene invisibili si può superare. Si può aprire una finestra che si affaccia sul sogno divenuto realtà.


[1]
Hugh Everett III (Maryland, 11 novembre 1930 – McLean, 19 luglio 1982) è stato un fisico statunitense attivo principalmente all'Università di Princeton. E' stato celebre tra i fisici per aver formulato per primo nel 1957 l'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, definito anche multiverso. Secondo questa teoria, quando si esegue una misurazione quantistica e si osserva una funzione d'onda, questa non diventa l'unica reale (come si pensava precedentemente), ma assumono esistenza anche tutte le misure che non sono state trovate, generando ognuna un altro universo. Everett abbandonò gli studi in fisica subito dopo aver completato la tesi di dottorato, scoraggiato dallo scarso interesse degli altri fisici verso queste sue teorie.

Nessun commento: