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venerdì 15 ottobre 2010

Life and lies on Mars

Esistette una civiltà su Marte? Soprattutto due ricercatori in Italia hanno ipotizzato che il Pianeta rosso fu in tempi remoti abitato da esseri antropomorfi: mi riferisco all'ingegner Ennio Piccaluga ed al giornalista Gianni Viola, autori rispettivamente di "Ossimoro Marte" e del libro "La civiltà di Marte".

Gigantesche statue, piramidi, astroporti, edifici turriti (come su Venere?), ponti, collettori… sono strutture artificiali che Piccaluga e Viola riconoscono in immagini realizzate dalle sonde sovietiche e statunitensi. Se, al cospetto di volti, si può pensare a giochi di luci ed ombre o ad illusioni percettive, le piramidi sfidano, con le loro forme geometriche, le resistenze dei più increduli. E' certo che la N.A.S.A. nasconde ed ha nascosto scoperte riguardanti la Luna, Marte e, più in generale, informazioni relative al nostro sistema solare. E' palese che la Sfinge di Cydonia (altrimenti nota come Face on Mars) è un'enorme scultura e non una montagna erosa dagli agenti atmosferici: l'immagine originale è stata sottoposta a pesanti ritocchi ed il viso è diventato un mascherone. Se l'ente "scientifico"-militare statunitense mente in modo spudorato sul fenomeno delle chemtrails, avrà i suoi “buoni” motivi per occultare verità marziane.

Se si accetta che l'astro rosso fu abitato, bisogna chiedersi da chi e quale fu il destino del popolo ivi insediato. Considerando la fisionomia dei volti, si può presumere che i Marziani furono simili ai Terrestri: furono i nostri antenati? La piramide pentagonale di Cydonia è un riferimento a Venere o la prova che gli abitanti di Marte erano antropomorfi, dato che nel pentagono è inscrivibile la figura umana? Che cosa determinò il declino e la scomparsa della civiltà di Marte? Una catastrofe naturale o un conflitto? Qualche indizio pare collegare il corpo celeste al nostro pianeta, specialmente all'Egitto: le piramidi, il nome stesso El Cairo che significa "Marte", forse la Sfinge di Gizah.

Il passato, con le sue magnifiche civiltà, ed il presente, con le avventure spaziali, intrecciano enigmi: è noto che parecchie missioni fallirono, in seguito ad incidenti, errori di calcolo, presunti sabotaggi. Qualcuno non vuole che le esplorazioni scoprano tracce di vita intelligente, non di batteri.

Intanto l'acqua è stata trovata e le varie missioni hanno consentito di appurare che l'atmosfera del pianeta, benché assai rarefatta, non è molto diversa da quella di Gaia. Ormai si conoscono l’orografia con dorsali, tavolati e vulcani, i letti di fiumi prosciugati (i celebri canali di Schiaparelli), i fondali oceanici anch’essi in secca, le calotte ghiacciate dei poli… : mentre la planetologia ha acquisito molti dati certi, l’esobiologia e l’esoarcheologia stentano a documentare ed a suffragare le loro ipotesi, a causa soprattutto dell’ostracismo perpetrato dalla scienza accademica.

Lo studio dei miti e della storia antica ci offre utili indizi: le somiglianze tra l’architettura mesopotamica e la presunta ziqqurat di Marte paiono dare ragione a quegli autori che individuano delle radici esterne nelle civiltà che sbocciarono alla fine del Neolitico. Se gli abitanti di Marte avevano conseguito uno sviluppo tecnologico, poterono abbandonare il corpo celeste per approdare sulla Terra.

Pare che i Greci conoscessero i satelliti di Marte: sono forse evocati da Omero in Iliade XV e da Virgilio in Georgiche III. Il poeta di Andes scrive: “Martis equi biiuges et magni currus Achilli", ossia "I cavalli appaiati di Marte ed il carro del magnanimo Achille". “I pianeti sono dei”, si suole ripetere: gli scudieri e demoni di Marte, Deimos e Phobos, sono dunque i satelliti?

Alcuni obiettano: perché mai i Marziani avrebbero edificato monumenti che si possono vedere solo dall’alto? Certo, che se ragioniamo solo in termini pragmatici, secondo i pregiudizi dell’uomo contemporaneo, non comprenderemo mai perché un popolo decida di erigere costruzioni imponenti e che competono con il tempo. Forse le piramidi della Terra, i siti megalitici sorti un po’ in tutto il mondo, le linee di Nazca rispondono a mere esigenze pratiche? Tralasciamo i loro valori simbolici, quei manufatti sono testimonianze di genti aduse a confrontarsi con il fenomeno della precessione, con la meccanica celeste, con misteriose energie, con dimensioni invisibili.

Pare dunque che la cultura marziana fosse di tipo megalitico e pure un po’ megalomane: ciclopici edifici (non si adduca il motivo della pareidolia) sono le vestigia di un mondo oggi in rovina, ma un tempo grandioso.

Che la N.A.S.A., l’E.S.A., gli astronomi ortodossi continuino a negare l’evidenza è una prova che l’evidenza esiste. Le vere domande che ci poniamo dunque non riguardano solo il passato di Marte, ma pure un possibile legato etnico, genetico, culturale, un’eredità che, nel bene e nel male, continua a giocare il suo ruolo, benché in modo pressoché inavvertito, tra noi, uomini del XXI secolo.

Le prossime rivelazioni su Marte potrebbero essere mortali.

mercoledì 11 giugno 2008

Mondi possibili

Esistono altri mondi dove gli eventi si dipanano in modo differente da come si svolgono qui, in questa nostra dimensione?

E' la teoria elaborata da Hugh Everett III (1930-1982) [1], lo scienziato che ipotizza l'esistenza dei molti mondi. Per Everett, l'idea del collasso della funzione d'onda, ossia del congelamento della realtà in uno ed uno solo particolare stato, discende dall'incapacità degli esseri viventi di interagire con la totalità della realtà quantistica, essendo gli uomini confinati lungo una sola diramazione della nostra realtà che continuamente si scinde in modo schizofrenico. Questo scenario ha conseguenze quasi inimmaginabili, come i paradossi di molti racconti di Borges, in cui ogni cosa che può logicamente succedere succede o dove gli avvenimenti si biforcano in nuove diramazioni da cui si generano altri bivii... "Ciascuno di noi continuerà ad esistere, finché vi saranno lo spazio ed il tempo, perché, anche se moriamo in questo mondo, ne esiste un altro nel quale ciò non accade, ad infinitum." (John D. Barrow, Il mondo dentro il mondo, Oxford, 1988).

Le idee di Everett rivelano in primo luogo il singolare sincronismo che spesso mette in comunicazione la letteratura e la scienza: più o meno negli stessi anni artisti e fisici disegnano prospettive cosmologiche ed ontologiche che tendono a convergere verso una nuova concezione del reale. Anzi, come sovente accade, Jose Luis Borges, letterato ingegnoso e profondo, sebbene talora cerebrale, creatore di geometrie narrative non euclidee, precorre i tempi, immaginando situazioni compossibili. Sono scenari del tutto controintuivi e lontani dal senso comune, ma che aprono una breccia nel muro solido eppure evanescente della nostra realtà. E' singolare che l'idea di immortalità, espulsa dalla scienza materialista e considerata alla stregua di una mera superstizione dalla maggior parte degli accademici, si riaffacci nel nostro orizzonte culturale dominato dall'incredulità e dall'agnosticismo, attraverso le elucubrazioni, comunque non gratuite, di un fisico.

Tra l'altro, visto che alcuni
paradigmi, meglio paradogmi si stanno sgretolando, la teoria dei molti mondi sembra adatta ad incarnare lo Zeitgeist dei decenni futuri, quando finalmente il pensiero, liberatosi di inutili involucri scientisti, potrà armonizzare alcune tra le congetture più avanzate della meccanica quantistica con le concezioni di correnti filosofiche non cartesiane. Si profilerà forse un modello interpretativo che, oltre grazie al suo intrinseco fascino, potrà dare linfa a quei sogni che accompagnano un'umanità prigioniera in una segreta spazio-temporale, un'umanità che viaggia in un treno deteministico diretto in modo ineluttabile verso la sua meta entropica, verso la morte termica, il nulla.

Chi può escludere che un giorno forse non lontano riusciremo a trovare un varco ed ad inoltrarci in uno dei tanti giardini dell'universo dove è il tempo è reversibile, dove gli eventi possono essere cambiati ed in cui le "leggi" di natura acquisiscono un'altra natura?

La nostra condizione limitata e costretta da catene invisibili si può superare. Si può aprire una finestra che si affaccia sul sogno divenuto realtà.


[1]
Hugh Everett III (Maryland, 11 novembre 1930 – McLean, 19 luglio 1982) è stato un fisico statunitense attivo principalmente all'Università di Princeton. E' stato celebre tra i fisici per aver formulato per primo nel 1957 l'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, definito anche multiverso. Secondo questa teoria, quando si esegue una misurazione quantistica e si osserva una funzione d'onda, questa non diventa l'unica reale (come si pensava precedentemente), ma assumono esistenza anche tutte le misure che non sono state trovate, generando ognuna un altro universo. Everett abbandonò gli studi in fisica subito dopo aver completato la tesi di dottorato, scoraggiato dallo scarso interesse degli altri fisici verso queste sue teorie.